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  • Carissimi,


    con grande soddisfazione vi comunichiamo che le 10 puntate di Spartiacque – Da Enea ad Attila saranno in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì a partire da lunedì 18 novembre, alle ore 18.15, e in replica giornaliera a partire da martedì 19 alle 12.10.


    Sempre su Rai 5 (canale 23) !!!


    Tutte le puntate saranno visibili anche in diretta streaming sul sito www.rai5.rai.it, cliccando sul box RAI 5 LIVE, in alto a destra nella home page. Saranno disponibili dal giorno successivo alla messa in onda nella sezione REPLAY TV , per 7 giorni, e in seguito nella sezione ON DEMAND .


    Ci auguriamo che il programma sia di vostro gradimento e cogliamo l’occasione per ringraziare voi tutti per la preziosa collaborazione e la viva partecipazione, senza le quali non avremmo potuto portare a termine questo progetto.


    Buona visione!

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    Le limpide acque del fiume Tagliamento


    La grotta di Attila non è in pianura. Si trova a 1600 metri, sul Passo del Cason di Lanza. Per andare sullo spartiacque del Danubio, dove dovrò lasciare il mosaico che i ragazzi della scuola di Ravenna mi hanno donato, non è la strada più agevole. Vengo dal Tagliamento, che ho risalito con grande difficoltà e con altrettanto piacere. Le acque più belle e più limpide su cui abbia remato.


    Ad Osoppo ho preso la bici, e ho seguito la strada che va verso il Tarvisio. Una strada comoda, un passo agevole. Ma a Pontebba la devo lasciare. Comincia una salita per me impossibile, ma non mi arrendo. Le scritte sull’asfalto testimoniano il passaggio dell’ultimo giro d’Italia. La grotta di Attila è stata lanciata come attrazione turistica in quest’occasione. Riesco a salire per molti km, ogni tanto nei tratti più ripidi mi faccio trainare dalla macchina guidata da Claudia. Arrivo al passo nel tardo pomeriggio, sfinito chiedo un passaggio al gestore della malga Cason di Lanza. L’ultimo tratto lo farò a piedi.
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    L’ultimo tratto della strada verso la grotta di Attila regala bellissimi panorami alpini


    In una dolina naturale scorgo l’antro chiamato “grotta di Attila”. Non so per quale ragione sia stata chiamata così, se effettivamente il condottiero unno sia transitato da queste parti. Ma il paesaggio merita…e anche la cena che ci concediamo una volta ritornati al rifugio!


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    L’antro denominato “grotta di Attila”

  • 11 Settembre
    ore 18:37

    Attila a Rivignano

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    Mario Anzil e Guido


    Siamo sulle tracce di Attila, lo stiamo pedinando dalla valle del Po. Dopo l’incontro con Leone Magno a Governolo, in provincia di Mantova, e dopo la devastazione di Aquileia, pensavamo di non sentirne più parlare.


    Ma qui a Rivignano, in provincia di Udine, il sindaco Mario Anzil ci racconta di come l’unno avesse tormentato la sua infanzia. Era normale che i genitori mettessero in riga i figli con lo spauracchio del flagello di Dio: “se non fai il bravo stanotte viene Attila e ti tira per i piedi”. Mario va oltre. Mi confessa che in giovane età si era convinto che la tomba di Attila fosse proprio in questi luoghi. Anzi, l’aveva trovata. Nel giardino della villa del suo amico c’era un tumulo, e c’è ancora. Vinto dalla curiosità e dalla speranza di ritrovare il tesoro sepolcrale aveva iniziato lo scavo. Fu fermato dai parenti del suo amico. Gli scavi non sono più continuati. Il mistero resta.


    Ma l’indicazione più interessante mi viene data al ristorante presso la sorgente dello Stella. Devi andare alla grotta di Attila, mi dicono. Si trova sul passo Cason di Lanza, a 1600 metri di altitudine.
    Questa indicazione modifica i miei piani, ma soprattutto allunga il mio percorso. In salita.


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    La grotta di Attila segnata su una mappa

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    Angelo, Guido, Massimo Tonizzo e Mario Anzil


    Da Ariis di Rivignano alle sorgenti. Una risalita in barcè, una vera sfida, che lanciamo a Massimo Tonizzo, assessore all’ambiente del comune di Rivignano. Lui è scettico sulle nostre possibilità. Si vede che non conosce Angelo “Fiumaker” Bosio! Partiamo di prima mattina con due imbarcazioni: Massimo e il sindaco di Rivignano Mario Anzil ci affiancano con una piccola barca a motore.


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    Un momento della risalita del fiume Stella


    Il primo tratto è duro, c’è una corrente fortissima, occorre superare dei punti dove l’acqua tira. Angelo dà il meglio di sé, ma anche Massimo si destreggia con la barca a motore su passaggi difficilissimi. Conosce il fiume e ci dà indicazioni su come affrontarlo. Devo dire che lo Stella è uno dei fiumi più belli che abbia risalito. Qui in Friuli le acque sono davvero trasparenti. Anche Angelo lo deve ammettere, e per la prima volta, almeno a parole, tradisce il suo amato Po.


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    Guido alle sorgenti dello Stella

  • 9 Settembre
    ore 18:55

    Il fiume Stella

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    Gli archeologi fluviali si dirigono verso il sito del ritrovamento della nave romana

    In attesa della messa in onda di Spartiacque – Da Enea ad Attila riprendiamo il diario di viaggio da dove l’avevamo lasciato. Da Aquileia disegno un itinerario d’acqua per raggiungere lo spartiacque del Danubio. Dalla laguna di Grado risalgo il fiume Stella fino alla sorgente. Strana, la sorgente dello Stella. Non è in montagna, ma in pianura. A 5 metri slm. Nasce dalle risorgive nei pressi di Flambro (Udine), è acqua pulitissima.

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    Una ricostruzione del relitto ritrovato nello Stella

    Questo fiume è ricco di storia. Non mi era ancora capitato di incontrare scavi archeologici nell’acqua: Massimo Capulli è un archeologo subacqueo, docente all’Università di Udine. Assistiamo dal barcè ad una sua immersione nel luogo dove è stato ritrovato un relitto di un’imbarcazione romana che ha disperso il carico per alcune decine di metri.
    I risultati del lavoro degli archeologi fluviali li possiamo vedere nella mostra allestita all’interno della “Casa del Marinaretto”, a Palazzolo dello Stella di fronte alla piazza del Porto di Precenicco.

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    La Casa del Marinaretto a Palazzolo dello Stella

  • Ci rivediamo alla fine del mese con nuovi racconti. Guido, per non smentirsi, sta navigando sul Po.
    Saluti a tutti e buone vacanze!
    - Spartiacque -


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    Con Emilio Rigatti, navigatore e scrittore di confini


    Sulla strada che da Aquileia porta a Grado ci fermiamo al ristorante “Da Piero” per chiedere informazioni su come muoversi in laguna. Il titolare ci rimanda a una persona esperta: Emilio Rigatti, insegnante di italiano ed esperto canoista. Incontriamo Emilio a casa sua e comincia con lui un viaggio per me straordinario lungo i corsi d’acqua del Friuli, e mi accorgo che abbiamo amici in comune. Nel mio percorso di apprendimento della canoa ho conosciuto persone a lui vicine: Tatiana, Gregorio e Beatrice. E mi accorgo che i canoisti, in fondo, sono una comunità e parlano tutti lo stesso linguaggio. Viaggiano sotto costa, raggiungono luoghi difficilmente visibili dalle strade.


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    Guido e Angelo nelle verdi acque del Timavo


    Emilio mi parla di questa terra, delle infinite possibilità di navigarla; il Tagliamento, lo Stella, l’Isonzo, le lagune costiere, il Livenza…non so da dove cominciare. Emilio sottolinea continuamente questo aspetto del Friuli come terra di confine: qui i confini si svendono. A me sembra di essere al centro di un percorso che mi offre tante possibilità di esplorazione, e questo mi disorienta. Con Emilio cerco di tracciare la parte finale del mio viaggio e ogni suggestione che mi propone per me è valida, ma devo fare i conti con il tempo. Alla fine scelgo di risalire lo Stella e il Tagliamento fino a Spilimbergo.
    Dopo tanta navigazione su corsi d’acqua più o meno inquinati, la scoperta delle acque di questa regione è emozionante. Cominciamo dal Timavo, fiume che sgorga a pochi km dal mare dopo un percorso sotterraneo di 40 km. E di nuovo torniamo indietro; seguiamo Attila e ritroviamo Enea: Virgilio cita questo fiume nel primo canto dell’ Eneide: “Antenore,scampato agli Achei, poté entrare nel golfo illirico, spingersi in modo sicuro nel regno dei Liburni e superare le sorgenti del Timavo che simile a un mare impetuoso erompe dalla montagna per nove bocche con alto frastuono e inonda i campi di un’acqua risonante.”


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    Un’altra immagine della navigazione sul Timavo insieme ad Emilio Rigatti

  • 5 Agosto
    ore 12:15

    Aquileia

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    Guido e Angelo arrivano ad Aquileia con il barcè


    Raggiungiamo veloci Aquileia saltando una tappa dopo l’altra perché è in corso Tempora in Aquileia: per tre giorni si viaggia nel tempo alla scoperta della storia, della tradizione e della leggenda dell’Aquileia Antica. E’ un’archeologia sperimentale che vuol fare spettacolo e avvicinare la gente alla storia, rivivendola. Per noi è un’occasione ricca per documentare i fasti dell’epoca romana della città e della sua fondazione attraverso le ricostruzioni storiche che vengono messe in scena. I bei costumi romani e celti, indossati dagli appassionati che partecipano all’ evento, ci regalano immagini straordinarie.


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    Le ricostruzioni storiche di Tempora in Aquileia


    Per noi, comunque, è la città distrutta da Attila nel 452. La raggiungiamo in barcè dalla laguna di Grado, risalendo il Natisone, il fiume che permetteva a questa città di essere un grande porto dell’Adriatico. Arriviamo via acqua fino alla piazza del municipio. Qui ci aspetta Marie Josè Wicky del Gruppo Archeologico Aquileiese.


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    Marie Josè Wicky, Presidente del Gruppo Archeologico Aquileiese


    Nella Basilica troviamo Silvia Blason Scarel, la storica che ha studiato gli Unni e il loro condottiero più famoso. Emerge subito un Attila diverso dall’ immaginario scolastico. Era un condottiero capace, sapiente e diplomatico, sicuramente meno subdolo e violento di Valentiniano III, imperatore di Occidente suo nemico.


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    Guido con la storica Silvia Blason Scarel

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    Il comitato di accoglienza ad Adria


    Il mio viaggio di ritorno, sulle tracce di Attila, fa di nuovo un passo indietro: ritroviamo di nuovo gli Etruschi. Adria è una città d’acqua, anche se oggi dista 25 km dalla costa. Il suo nome potrebbe derivare dall’etrusco atrium (luce, giorno, oriente). L’importanza che rivestiva per chi veniva dall’entroterra, come noi, che ci arriviamo seguendo il Canal Bianco, si comprende dal fatto che abbia dato il nome al mare su cui si affaccia.


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    Con Maria Cristina Vallicelli al Museo Archeologico


    In verità ci ha portati qui la voglia di visitare il suo Museo Archeologico, organizzato non per stupire soltanto con la bellezza degli oggetti rinvenuti nei vari scavi, ma per rendere comprensibile il contesto dei ritrovamenti. Per esempio, gli oggetti rinvenuti in una tomba vengono esposti tutti insieme- questo permette a chi guarda di percepire anche la cultura materiale di quel dato periodo storico uscendo dall’idea dello stupore reverenziale per la bellezza antica. Mi guidano due persone straordinarie: Maria Cristina Vallicelli e Loretta Zega che, insieme al personale che ci lavora, mi rendono familiare e piacevole la visita in uno spazio che di solito io non amo molto: il museo. Di fronte alla bacheca dei vetri scivolo anch’io nello stupore e mi fermo seduto a guardarla e a tradurre i colori delle luci e dei riflessi, sapientemente allestiti, in un disegno in bianco e nero.


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    Guido disegna davanti alla bacheca con i vetri, all’interno del Museo Archeologico


    Il museo di Adria merita un viaggio. Da toscano presuntuosamente etrusco ammetto che questa città di pianura, così lontana dai paesaggi modellati dell’Etruria classica (i calanchi di Volterra, i tufi di Tuscania…), è bella, ed ha della gente straordinaria. Amo il Polesine, il suo svantaggio storico, che lo ha sempre visto in secondo piano rispetto alla forza comunicativa espressa da Ferrara, che ha fatto sua l’area del delta del Po nonostante ne possieda solo una parte minore. Appena attraccato, nonostante non avessi avvertito nessuno, vengo accolto dall’assessore al turismo Patrizia Osti e da vari rappresentanti di associazioni locali, tra cui il gruppo Amici del Cigno. Mi accompagnano per la città. Mi riprometto in un prossimo viaggio di restare più tempo da queste parti.


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    Guido e Armando Trombini, del Comune di Adria

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    Guido e Angelo nei pressi del Mulino Pizzon


    E’ difficile mantenere una coerenza narrativa usando il territorio come traccia. Abbiamo lasciato Attila sul Mincio e abbiamo ripreso – dopo le parentesi di Ostia e di Padova – il Canal Bianco, un percorso d’acqua parallelo al Po che ci porta di nuovo in Veneto, la regione italiana con più vie navigabili. Gli insediamenti storici sono tutti lungo canali e fiumi. Fratta Polesine ha un museo straordinario, che testimonia con i reperti esposti le antiche vie di comunicazione che legavano questa parte d’Italia con l’oltralpe: la via dell’ambra, la resina naturale apprezzata fin dalla preistoria con cui si realizzavano monili; a Fratta Polesine si può ammirare la straordinaria manualità degli artigiani di un tempo.


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    Guido e Angelo salutati da un abitante della zona lungo il canale che conduce a Fratta Polesine


    Dal Canal Bianco, all’altezza del Mulino Pizzon, sede di un ecomuseo, entriamo nella via d’acqua che arriva fino a Fratta Polesine. Qui incontriamo Pietro, un appassionato di barche fluviali. Gestisce una locanda che sembra fatta apposta per chi naviga.


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    Guido e Piero, gestore della locanda al Mulino Pizzon


    Risalire il canale è un’esperienza straordinaria: sono anni che non passa nessuna barca. Le sponde sono tenute benissimo perché ci confinano i giardini delle case che hanno ormai l’accesso dalla strada. Le persone escono di casa e , stupite, ci salutano. Qualcuno ci segue pure in bicicletta. Arriviamo come dei nobili veneziani alla residenza di campagna “Villa Badoer”, la sede del Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine. Qui incontriamo il Soprintendente per i Beni Archeologici del Veneto Vincenzo Tinè e l’architetto Loretta Zega che ha allestito la struttura.


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    L’architetto Loretta Zega e il Soprintendente Vincenzo Tinè


    Seguo lo sguardo di Angelo, affascinato dal racconto di Vincenzo Tinè e ammiro il suo stupore nel guardare la capacità manuale raggiunta da questi artigiani antichi, che senza gli strumenti tecnici di oggi riuscivano a creare dei veri e propri capolavori. Angelo, che nella vita ha fatto l’orefice, abbandona la sua riservatezza e si lancia in domande e considerazioni tecniche da vero esperto. Questo tornare indietro rispetto al viaggio non è finito. Domani voglio scoprire la città che ha dato il nome al mar Adriatico.

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