Rai Tre Logo
  • Guido Morandini nell'Almone1
    Guarda la photogallery


    Premessa
    Il viaggio è una proiezione del viaggiatore sul Territorio. Nasce nella sua mente prima di partire. Io in genere prendo una cartina e segno dei punti che voglio visitare. Poi traccio delle linee che li uniscono. Le linee sono percorsi d’acqua. La storia, che è uno dei temi del nostro racconto, ci aiuta. Anticamente i fiumi, erano le vie di transito, su di questi sono nate le città, le civiltà. Il mio, avvolte è un discorso puramente geometrico, poco argomentato: partire da un punto e arrivare ad un altro…poi, la storia darà un senso alla mia azione.
    Arrivato a Roma, le cose cambiano: la linea retta rappresentata dal fiume Tevere viene intersecata da una retta che mi impone una digressione.
    1° atto andare a Veio passando per il lago di Albano
    All’sola Tiberina guardo a destra e a sinistra, sono sullo spartiacque tra mondo etrusco e mondo latino. Giro a destra, prendo l’Appia Antica per andare verso i Castelli Romani. Seguo la traccia che mi ha dato Tito Livio: Roma non potrà essere conquistata se prima non si risolve il problema del lago di Albano. Pare che il lago di origine vulcanica creasse grossi problemi alle spalle della città di Roma esondando inspiegabilmente e allagando la campagna già allora densamente popolata. Roma è costretta a togliere l’assedio alla città di Veio per costruire un emissario artificiale del lago che ne regolasse il livello. Questo verrà realizzato scavando un Tunnel di oltre 1 km. Incontro la geologa Donatella De Rita, che mi dà una conferma scientifica dell’avvenimento: il lago di Albano era attivo anche in epoca storica, ed erano sicuramente possibili esondazioni sul lato sud del cratere. Me lo conferma anche l’archeologa Patrizia Gioia, che nella campagna di scavo di Torre Spaccata ha rinvenuto, imprigionato nel lahar (una colata di fango vulcanico) dei reperti datati IV secolo a.c. Proprio l’epoca della presa di Veio.
    Ma la guerra continua: all’interno del parco della Caffarella, mentre mi bagno i piedi nel torrente Almone, scorgo l’esercito Romano. Legionari armati di tutto punto, che parlano latino, stanno preparandosi per i natali di Roma. Li incontro. Sono impiegati, archeologi, generali in pensione, tecnici informatici che, in quel momento, vivono interamente un’esperienza di vita arruolati nell’esercito Romano. Fanno parte del Gruppo Storico Romano, che non studia la storia: la vive.

  • 21 Maggio
    ore 15:22

    OSTIA ANTICA

    Particolare di un altro mosaico1
    Guarda la photogallery


    Il nome “Ostia” viene da “os Tiberis”, che vuol dire “bocca del Tevere”. Ed era davvero la bocca del Tevere nell’antichità. Adesso dista qualche chilometro dalla foce, e la raggiungiamo con il pattino. Gli scavi hanno un approdo per i battelli fluviali. Noi entriamo via terra insieme ad Alessandro Lugari, perché mi ha detto che ci sono mosaici straordinari. Ci aspetta Flora Panariti, archeologa. Per prima cosa mi inquadra tutto il sito sotto l’aspetto territoriale. Mi mostra le antiche linee di costa e i successivi interramenti. Il porto era in realtà un nodo di scambio. Le navi che arrivavano via mare si fermavano e scaricavano la merce su imbarcazioni più piccole che risalivano il Tevere. Navigare il mare non era per i Romani cosa facile. Ne avevano timore. Forse è per questo che hanno sviluppato una fitta rete di comunicazioni terrestri. Ma la capitale dell’impero doveva essere alimentata da tutto il bacino del Mediterraneo, e forse è questa la ragione della sua crisi. Era diventata troppo grande, e la campagna circostante non riusciva più a sfamare Roma. Era la globalizzazione. Immagino Ostia come un moderno interporto con magazzini e insegne luminose. Alessandro Lugari mi guida nei mosaici che stavano di fronte agli empori. Tasselli in bianco e nero che reclamizzano e promuovono le attività commerciali. Raffigurazioni di animali esotici per gli importatori di fiere per il circo, raffigurazioni di barche di diverso tipo per gli addetti al carico/scarico, rappresentanze di “filiali” estere . Alessandro mi dice che questo è il mosaico industriale, fatto da maestranze esperte che producevano in maniera seriale. Mi fa notare i rattoppi successivi. Restauri grossolani fatti da chi aveva ormai perso la maestria raggiunta nel periodo imperiale.

  • Lo splendido scenario del Canal Grande fa da sfondo alla regata con Il Barcè
    Guarda la photogallery


    Domenica 19 maggio abbiamo interrotto il nostro viaggio per fare un salto di 300 km e raggiungere Venezia , per partecipare alla Vogalonga. L’abbiamo già detto che questo viaggio non ha una continuità fisica. Angelo mi parlava spesso della Vogalonga, ne ha fatte 10, ha un pettorale di una passata edizione persino nella baracca. Allora abbiamo pensato di portare il barcè in laguna. Il percorso è di 30 km. Abbiamo raggiunto piazza San Marco e ci siamo subito resi conto, sin dalla partenza, che ci superavano tutti. La nostra andatura era più lenta di quella di tutti i presenti: facevamo 5 km di media all’ora. Abbiamo coperto l’intero percorso in circa 6 ore, funestati anche da temporali, e siamo arrivati appena 10 minuti prima della chiusura della manifestazione. Eravamo l’unica imbarcazione a remata libera (senza scalmo) ed erano tutti molto incuriositi anche perché sui fondali bassi poggiavamo sul fondo e andavamo di spinta. Un gondoliere ci ha detto: “l’avete fatta tutta così? Un bel c…!”
    La sorpresa più grande è vedere la città di Venezia, che non avrà le auto ma ha i motoscafi, nel silenzio totale dell’acqua. La differenza si percepisce appena la manifestazione finisce: il Canal Grande si anima, e l’acqua da calma torna a muoversi nel caos dei vaporetti e dei mototaxi. La storia finisce. Non quella della Vogalonga, che è nata proprio perché i remi potessero rimpossessarsi della città.

  • morandini carandini
    L’archeologo Andrea Carandini con Guido Morandini


    Dall’isola Sacra all’isola Tiberina. Due punti del Tevere che ho unito con poco sforzo e molti luoghi comuni. Dei 30 km circa di fiume ne avrò navigati con il Barcè 3, il resto li ho percorsi in auto. Avevo fretta di raggiungere un appuntamento nel luogo che ritenevo l’origine di Roma: l’isola Tiberina. Il punto che ritenevo di più facile attraversamento del fiume. Sbagliato! L’isola Tiberina non è ragione della nascita di Roma. Me lo dice Andrea Carandini, archeologo, presidente del Fondo per l’Ambiente Italiano. Il guado usato nell’ antichità è più a valle, dove le acque sono più tranquille, in corrispondenza del punto in cui più avanti verrà costruito il ponte Sublicio. Di lì passava la via che portava alle saline di Ostia. Questa isola comunque mi ha sempre affascinato, al centro del fiume, al centro della città. E’ un luogo che dà la vita. Molti bambini romani vedono la luce proprio all ’Ospedale Fatebenefratelli in mezzo alle acque del Tevere.

  • 3. ingresso difficile
    Guarda la photogallery


    Luca Gentilini è un grande falegname navale di Fiumicino che in un momento di crisi della cantieristica ha deciso di tornare all’origine e si è messo a costruire pattini. Dopo aver visto la mia trasmissione e la costruzione del barcè Luca mi ha contattato tramite questo blog, sono andato a trovarlo e ho toccato con mano il pattino che aveva nel suo atelier. Me ne sono innamorato. Gli ho proposto di fare un segmento di viaggio insieme a me: navigare dalla spiaggia di Ostia moderna al porto di Ostia Antica sul fiume tevere. Non è un collegamento pretestuoso. Il pattino , o “moscone” nasce sulle spiagge romagnole come mezzo di salvataggio. UN catamarano povero made in Italy. Il litorale romano è stato bonificato alla fine dell’800 grazie alla cooperativa dei braccianti di Ravenna. I loro eredi abitano ancora il borgo di Ostia antica. Partiamo dall’antica foce del Tevere, oggi canale dei pescatori, dove arrivano le acque pompate dalle idrovore costruite dai romagnoli. Il mare è forza 3. Luca, esperto rematore, non ha difficoltà a navigare. I problemi cominciano alla foce del Tevere. La forza della corrente, le onde e il mare mosso creano una barra che ci inchioda per mezz’ora. Riceviamo auto da una grossa barca che sta rientrando. Nella corrente sicura del Tevere raggiungiamo Ostia Antica. Saluto Luca e proseguo la risalita del Tevere in barcè. Torno sui mezzi che conosco.

  • GuidoMorandini ed Egidio Di Cio all'ngresso del tunnel
    Guarda la photogallery


    L’ambiente non è un accessorio della storia: la determina. Se si guarda una mappa fisica del territorio a sud di Roma si vede che c’è un vero e proprio spartiacque tra i corsi d’acqua che vanno al Tevere e i corsi d’acqua che vanno al mare. Generatore di questo ambiente è il sistema vulcanico del Colli Albani.
    Il bacino del fiume Incastro forma un vero e proprio albero, se visto dall’alto. Giosuè Auletta lo ricorda sempre, quando promuove il suo territorio. Una forma naturale, l’albero, come a ribadire l’autentica integrazione delle genti che hanno abitato questo territorio, i Rutoli, prima dell’arrivo di Enea, al contrario guidato da una proiezione intellettuale.
    La fronda più alta di questo albero corrisponde al lago di Nemi , che alimentava attraverso un emissario artificiale il fiume Incastro. Un’opera preromana realizzata forse dagli Etruschi, 1600 metri di tunnel scavato nel tufo e nella roccia magmatica per regimentare le acque del lago vulcanico.
    Percorriamo il tunnel con Egidio Di Cio, un appassionato di storia locale. Devo essere sincero: non sono entusiasta di entrare nella montagna, ma lo faccio, munito di lampade e rassicurato da Egidio, che l’ha percorso più volte. Il tunnel ha varie altezze. Si procede piegati, a volte in piedi. Non ha un percorso rettilineo. A seguito di crolli, sono stati realizzati dei bypass. Quello che stupisce è che con tecnologie ancora arcaiche si sia potuto realizzare un’opera idraulica di questa forza. Ma a parte le riflessioni, l’uscita a monte del lago di Nemi dopo due ore e mezzo di permanenza al buio mi fa sentire meglio. Non posso neanche immaginare cosa voglia dire lavorarci dentro, con un’illuminazione precaria.

  • 15 Maggio
    ore 14:59

    ARDEA

    La spiaggia tor San Lorenzo
    Guarda la photogallery


    Approdo alla foce dell’Incastro sulle tracce di Enea. Voglio incontrare gli eredi del popolo dei Rutoli e immagino un moderno Turno che mi aspetta. Sulla spiaggia di Tor San Lorenzo incontro Giosuè Auletta: non è il re dei Rutoli, ma uno studioso che si sforza di reinterpretare l’Eneide e di restituire al suo territorio una dignità storica. Enea era un conquistador, un guerrafondaio. Turno era un giovane re che comandava un territorio di persone semplici ed accoglienti. La vecchia storiografia ha esaltato la Roma imperiale attraverso il mito di Enea schiacciando le identità dei territori abitati dai popoli preromani; cosa che avviene ancora oggi con la centralità della Roma moderna. Ardea è una città-dormitorio che dipende in tutto e per tutto dalla capitale , e che negli ultimi dieci anni ha visto la sua popolazione raddoppiarsi.
    La forza di questo territorio preromano è visibile negli scavi archeologici di Castrum Inui. Il racconto di questo porto antico che mi fa l’archeologo Francesco di Mario è esaltante. La sua campagna di scavo ha riportato alla luce la struttura del porto, diversi templi, due altari e una zona termale.
    Ma l’emozione più forte la provo di fronte ad un graffito che raffigura una nave oneraria che un operaio romano ha realizzato su un intonaco. Prendo il mio taccuino e la ridisegno.

  • L'approdo sul litorale di Tor Caldara
    Guarda la photogallery


    Come trovare un pezzo di costa laziale che assomigli al paesaggio prima dell’urbanizzazione selvaggia degli ultimi 50 anni? Camminate lungo la spiaggia, chiudete gli occhi e seguite gli odori. Appena sentite puzza di zolfo siete arrivati nella Riserva Naturale Protetta di Tor Caldara. 44 ettari di bosco, una testimonianza delle antiche foreste litoranee che occupavano tutta la costa del Lazio meridionale. Qui si estraeva lo zolfo. Il suo odore forte probabilmente ha reso l’area poco appetibile ai costruttori e l’ha salvata dalla cementificazione. Arrivo dal mare come Enea, con il Barcè, barca poco adatta alle onde, ma riesco ad approdare. Vorrei entrare nel parco dalla spiaggia e risalire il rigagnolo d’acqua solforosa, ma devo fare il giro del perimetro recintato. Entro nella riserva accompagnato dal guardiaparco Silverio. Un bosco di querce, lecci e sughere, ma la cosa che mi emoziona di più è una parete di “terra”,che racconta milioni di anni nella sua stratificazione continua: dalle ere geologiche alle epoche storiche. Bisogna “saper leggere il territorio” il nostro viaggio mi sto alfabetizzando lentamente e comincio a vedere il mondo in modo diverso. Le palazzine degli ultimi anni a cui siamo così attaccati…forse saranno i cocci di domani…..

  • SCUOLA ENNIO VISCA NETTUNO
    Guarda la photogallery

    il territorio? Io lo considero un libro, che leggo per indizi, segni, tracce, percorsi, targhe, presenze e assenze. Fogli sovrapposti, la geologia, la toponomastica, idrografia, gli insediamenti antichi e moderni, le reti infrastrutturali…Poi ci sono le persone che lo animano… individui e comunità. Sono queste ultime che mi piace incontrare viaggiando. Le comunità sono il territorio e gli danno con la storia i caratteri originali. Il genius loci. Questo è un gene ereditario. Per me la scuola è il fattore di trasmissione di questo carattere. E’ la comunità scolastica, fatta di alunni, insegnanti e famiglie, che mantiene e permette la trasmissione della memoria e il suo rinnovarsi nella società. In questo viaggio voglio misurarmi con la scuola. Chiamo un’amica, Anna Maria Cervoni, la preside della Scuola Media Ennio Visca di Nettuno. Le parlo del percorso che sto facendo: nei prossimi giorni voglio risalire il fiume Astura fino all’antica Satricum. Lei mi risponde: bene ti darò una guida eccezionale! Tre giorni dopo con il barcè risalgo il fiume che anticamente collegava il mare con l’interno abitato dalle popolazioni del Latium vetus. Sorpresa! Sul ponte che incrocia la Strada Provinciale 39, vedo sporgersi la guida! Un’intera scolaresca, gli alunni della 2° media, guidati dai professori (Francesca Tammone e Nicola Zambigli)- Inizia uno scambio tra il viaggiatore e i ragazzi. Tiro fuori dal sacco gli oggetti raccolti: pietre, minerali ed altro. Loro mi aiutano a rimettere a posto la bici, il carrello e il Barcè. Prima però vogliono provare i mezzi su cui mi muovo. Salgono sulla barca, e sulla mia strana bici. Insieme raggiungiamo il sito dell’antica Satricum, oggi chiamato Le Ferriere. Inizia l’indagine sul territorio. I ragazzi hanno fatto la loro ricerca a scuola, su internet e sui libri. Non hanno trovato però risposta sul perché questo luogo si chiama Ferriere. Si presenta, incuriosito della nostra presenza, Orlando Paolucci, un abitante del luogo, a raccontare con orgoglio la storia locale. “Prima qui c’era una ferriera, poi riconvertita in cartiera. Volete vederla? Lo seguiamo. Ci porta a vedere il vecchio manufatto ormai dismesso. Pensavamo di fare un percorso nell’archeologia antica e ci ritroviamo nell’archeologia industriale. Satricum e Le Ferriere hanno comunque sempre l’acqua come matrice insediativa. E’ il fiume Astura, che scorre li vicino che, rinnova nel tempo le ragioni della vita dell’uomo. Vedendo la qualità delle sue acque, sembra che chi ci vive accanto se ne sia scordato. I ragazzi forse oggi lo hanno capito. Io accumulo tristezza, mitigata dall’emozione che ho ricevuto da questo incontro. Grazie!

  • antonio pennacchi
    Guido Morandini e Antonio Pennacchi autore del libro Canale Mussolini


    Sulla costa tra il lido di Latina e Nettuno, a Foce Verde, sfocia un canale artificiale: il Canale Mussolini, oggi canale delle Acque Alte. Quest’opera fondamentale per la Bonifica dell’agro Pontino, drena tutte le acque provenienti dai monti Lepini e dai Colli Albani, portandole al mare, impedendo l’impaludamento del litorale. Lo risalgo, per poche centinaia di metri con il Barcè, una barca tipica della pianura Padana. Il gesto è minimo, ma mi riempie di orgoglio: sto creando un collegamento simbolico e d’acqua, tra l’area del Po, e il basso Lazio. Furono in prevalenza i contadini del Polesine, del ferrarese, che popolano negli anni ’30 questa “terra redenta”. Incontro molti figli di Veneti, con una forte memoria identitaria. Incontro soprattutto Antonio Pennacchi, autore di “Canale Mussolini”, il romanzo che ha vinto il premio strega 2010. E’ un incontro pirotecnico, un fiume in piena che rompe i miei argini formali, vengo travolto….. E’ un uomo che ama la sua terra che vuole di nuovo valorizzarla con un progetto di navigabilità interna. Una pianura Pontina “navigabile”come quella tra Rovigo e Ferrara da cui veniva la famiglia Peruzzi, protagonista del suo romanzo. Mi entusiasmo….io a Ferrara e Adria ci dovrò andare proprio con il mio Barcè. Ho tracciato una via d’acqua, ideale e in parte fisica che attraversa l’Italia in diagonale.


    guido e i veneti
    Guido Morandini e Angelo Bosio con il Barcè navigano il Canale Mussolini


    guido e i veneti2
    Guido Morandini e “I Veneti”

Calendario

Maggio 2013
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Rai.it

Siti Rai online: 847